lunedì 16 marzo 2020

     IL PUTTO - ANDREA DEL VERROCCHIO - Palazzo vecchio - FIRENZE 

Il Putto con delfino è una statua bronzea (altezza 67 cm) di Andrea del Verrocchio, databile al 1470 circa e conservata a Palazzo Vecchio a Firenze.

Storia

L'opera è citata per la prima volta come "il bambino di bronzo" nella lista redatta nel 1495 da Tommaso Verrocchi delle opere eseguite da Andrea per i Medici, dove è indicato come fuso per una fontana alla villa di Careggi. Si trattava forse della fontana dell'Amore, ai bordi della quale si poteva riunire l'Accademia neoplatonica nei mesi estivi.
Anche il Vasari lo cita come proveniente da Careggi, commissionato da Lorenzo de' Medici in persona e descritto come "un putto di bronzo che strozza un pesce il quale ha fatto porre, come oggi si vede, il signor duca Cosimo alla fonte che è nel cortile del suo Palazzo ".
La datazione dell'opera è frutto di discussioni tra gli studiosi ed oscilla tra il 1465-1468 proposto da Dussler al 1480 proposto da Leo Planiscig, anche se l'ipotesi più accreditata è quella legata al 1470 circa, avanzata da John Pope-Hennessy. Alcuni le legano, piuttosto che a una commissione di Lorenzo, a un desiderio di suo padre Piero. La base originaria, secondo Seymour, potrebbe essere oggi in una fontana di palazzo Pitti dove si trova un distico elegiaco che allude verosimilmente a Piero.
Tra il 1550 e il 1568, nell'ambito della ristrutturazione di Palazzo Vecchio voluta da Cosimo I de' Medici, la statua venne destinata al centro del primo cortile del palazzo, dove coronava una fontana disegnata da Giorgio Vasari. Nel 1959 l'opera venne messa al riparo al secondo piano del palazzo, sostituendola con una copia in loco.
Dell'opera si conosce anche una derivazione in terracotta probabilmente di mano dello stesso Verrocchio, oggi in una collezione privata.

Descrizione e stile

Un puttino alato con fare fanciullesco tiene in mano un delfino, stilizzato secondo lo stile dell'epoca che lo rappresentava come un grosso pesce. Dalla bocca e dalle narici del delfino usciva l'acqua della fontana e spruzzava in alto ricadendo.
In esso si percepiscono echi del dinamico naturalismo appreso da Desiderio da Settignano, che lo indirizzò verso la trasfigurazione della materia scultorea in morbide forme levigate, mentre il soggetto deriva dall'antico, ma reinterpretato in un sorridente putto danzante, in precario equilibrio, con il manto che si incolla alla schiena e il ciuffo bagnato, appiccicato alla fronte.
        MICHELANGELO   BUONARROTI        
       poesie     
Non pur d'argento o d'oro
vinto dal foco esser po' piena aspetta,
vota d'opra prefetta,
la forma, che sol fratta il tragge fora;
tal io, col foco ancora
d'amor dentro ristoro
il desir voto di beltà infinita,
di coste' ch'i' adoro,
anima e cor della mie fragil vita.
Alta donna e gradita
in me discende per sì brevi spazi,
c'a trarla fuor convien mi rompa e strazi.


Enews 625, lunedì 16 marzo 2020   

Buongiorno a tutti.

Ore difficili, lo sappiamo.
Ma tutto il mondo è davanti alla sfida del Coronavirus.
E non sarà facile uscirne.

Dunque un passo alla volta, con calma, lucidità e buon senso.

Purtroppo i populisti non vanno in quarantena e continuano a vari livelli a diffondere il virus della polemica.
Noi dobbiamo replicare con un messaggio che sia il più chiaro e il più semplice di tutti.
Vi allego dieci messaggi super rapidi.

1. Gli italiani stanno dimostrando una forza d’animo incredibile. L’altra sera ho scritto un post che è girato molto e che trovate qui.
2. In questa fase non hanno senso le diatribe sui giornali o le divisioni fra partiti. Non faccio polemiche, non le raccolgo.
3. Gli errori commessi, a tutti i livelli, devono aiutarci a fare meglio. Per noi e per i Paesi stranieri che possono imparare da ciò che è accaduto in Italia.
4. Sostenere che il Coronavirus sia un complotto contro l’Italia è una buffonata che non fa ridere. Serve invece una risposta europea e mondiale.
5. Adesso va fermata la diffusione del contagio, per evitare il collasso delle terapie intensive. Anche aprendo strutture di emergenza (fiere, navi, hotel).
6. Altri Paesi come Corea del Sud e ora Israele stanno investendo sulla tecnologia tracciando i contagiati con i telefonini. È la strada giusta, anche per noi.
7. Abbiamo proposto Guido Bertolaso come commissario. Il Governo non lo ha voluto, la Lombardia sì. Nessuna polemica, giochiamo tutti con la stessa maglia.
8. Bisogna dare le mascherine giuste agli operatori e ai cittadini. E convertire per qualche settimana aziende della meccatronica a costruire respiratori.
9. Le misure che oggi il Governo approva sono un primo passo. Ma serve molto altro, a cominciare dallo sblocco dei cantieri con il Piano Shock.
10. Il vaccino arriverà perché la scienza vince sempre. Ma occorrono ancora settimane, forse mesi. E non si trovano più NoVax fortunatamente.

In questo scenario, lasciatemi dire un grazie gigantesco a chi lavora in corsia o sui mezzi di soccorso.
I nostri medici, i nostri infermieri, i nostri volontari, i nostri farmacisti sono meravigliosi.

Adesso in TV va di moda dire che “Renzi ha tagliato sulla sanità”.
L’ennesima BUGIA galattica.
Basterebbe prendere un bilancio e saperlo leggere per vedere come negli anni in cui noi siamo stati al Governo siamo passati da 106 a 113 miliardi di euro.
Casomai sarebbe interessante discutere di come questi soldi vengono spesi, di come funziona il rapporto Stato Regioni, di come utilizzare quella che in sede di riforma costituzionale avevamo chiamato “Clausola di supremazia”.
Ma alla fine penso che non valga la pena litigare su queste cose.
La verità, i numeri, i fatti sono a portata di mano per chiunque sia intellettualmente onesto.
Chi invece vuole credere alle fake news, lo farà comunque.
L’Italia è ferma, ci sono cose più importanti di cui occuparsi che non inseguire le bugie.

E tra le cose più importanti c’è la battaglia culturale.
Quando il Premier inglese Boris Johnson dice: “Abituatevi a perdere i vostri cari” siamo davanti a una immagine che nega la nostra stessa civiltà.
Noi non accettiamo che muoiano in tanti perché sono vecchi. Non ci abituiamo all’idea di perdere i nostri cari. Perché siamo concettualmente un’altra cosa.
E perché - come spiega bene il coach Mauro Berruto in questo post - noi siamo nati con Enea che si carica il vecchio padre Anchise sulle spalle per salvarlo. Lo porta con sé, non lo lascia morire da solo.
Roma nasce così, l’Italia nasce così, la civiltà per me nasce così: facendosi carico dei propri vecchi e non lasciandoli morire. I nostri nonni hanno combattuto al fronte per salvarci la vita, il futuro, il benessere.
A noi non viene chiesto di andare al fronte, ma di rinunciare all’aperitivo per qualche giorno per evitare che muoiano troppe persone.
Si può fare. Lo stiamo facendo.
Perché - non dimentichiamocelo mai - noi siamo l’Italia.




Pensierino della sera. Il 16 marzo di 42 anni fa la scorta di Aldo Moro fu trucidata in via Fani e lo statista DC fu rapito e poi ucciso. La memoria di quel tragico evento ci aiuti a vivere le difficoltà del presente. E a ricordare che l’Italia ha vinto sfide che sembravano impossibili. Succederà anche stavolta. Un pensiero alle famiglie di tutti i caduti durante il servizio al nostro Paese.

Un sorriso,
P.S. Questa foto del Papa in cammino per Roma è una foto potente. Triste e bellissima allo stesso tempo.






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    BOTTICELLI - LA MADONNA DELLA MELAGRANA - Galleria degli Uffizi - FIRENZE




La Madonna della melagrana è un dipinto a tempera su tavola (diametro 143,5 cm) di Sandro Botticelli, datato 1487 e conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze.

Storia

L'opera è una delle poche databili della produzione matura di Botticelli. Resta infatti una menzione del Milanesi circa la commissione di un tondo con la Madonna col Bambino, avvenuta nel 1487 da parte della magistratura fiorentina dei Massai di Camera per decorare la propria Sala delle Udienze, che si trovava in Palazzo Vecchio. L'identificazione con la presente opera spetta a Herbert P. Horne, che riconobbe sulla cornice, fatta dalla bottega di Giuliano da Sangallo, la decorazione a gigli di Francia in campo azzurro, ipotizzando per questo una possibile collocazione pubblica dell'opera, celebrante la storica alleanza coi Francesi.
L'impossibilità però di rintracciare il documento originale ha fatto sorgere qualche dubbio in una parte della critica. Se l'autografia botticelliana non è mai stata messa in dubbio, la cronologia è più variata. Alcuni, come Ulmann, propongono prima del 1480, altri come Arnold Bode (seguito da Schmarsow, Yaschiro e Venturi) datano l'opera a dopo il rientro da Roma (1482 circa), infine Van Marle al 1480-1481.
Dell'opera esistono varie copie di bottega, oggi agli Staatliche Museen di Berlino, alla collezione Aynard di Lione e alla collezione Wernher di Londra (benché quest'ultima nel marzo del 2019 sia stata ricondotta nel novero delle opere del Maestro da parte degli esperti dell'ente britannico English Heritage).
Strette sono le affinità con la Madonna del Magnificat, sempre agli Uffizi, che in genere è datata a qualche anno prima, verso il 1485. Oltre al simile formato ed alle analogie stilistiche ricorrono nelle due opere le stesse tipologie fisiognomiche negli angeli, nel volto della Madonna e nel Bambino.

Descrizione e stile

Dettaglio degli angeli
Maria si trova seduta al centro della composizione, con una figura pressoché piramidale, dilatata nell'ampio manto azzurro, bloccata dalla posa arcuata del Bambino in basso. Attorno a lei si dispongono sei angeli, occupati in veri gesti simmetrici e con gli sguardi indirizzati a vari punti diversi. Quelli ai lati, appoggiati su un festone di rose bianche e rosse (fiore mariano simboleggiante la purezza e, nel caso del rosso, il sangue della Passione di Cristo), recano i gigli bianchi, attribuito verginale di Maria, seguiti da angeli leggenti e da due, ai lati della Vergine, di cui si vedono le sole teste in espressioni varie. All'annunciazione rimandano anche le parole ricamate sulla stola dell'angelo a sinistra: AVE GRATIA PLENA.
Il repertorio fanciullesco dei vari atteggiamenti, come quello dell'angelo di destra che sbircia nel libro del vicino, o quello che sembra bisbigliare qualcosa all'orecchio del compagno, richiama l'esempio dei primi maestri fiorentini come Donatello e Luca della Robbia filtrati da Filippo Lippi, che traevano ispirazione direttamente dall'osservazione quotidiana. Quello che guarda lo spettatore ha la funzione di richiamare l'attenzione verso il centro della composizione e veniva detto "festaiuolo", dal nome del narratore nel teatro rinascimentale.
La percezione di spazialità è affidata unicamente alla disposizione a semicerchio degli angeli, con una netta prevalenza del dato umano su tutti gli altri. La melagrana che la Madonna e il bambino tengono in mano è invece simbolo di fecondità, abbondanza e regalità (poiché è un frutto con la coroncina), nonché dotato di grani rossi che, simili a goccioline di sangue, prefigurano il sacrificio di Gesù; inoltre simboleggia l'unità della Chiesa, per i chicchi che stanno tutti uniti nel guscio. L'ovale del volto idealizzato della Vergine rimanda ad altri capolavori dell'artista, come la Madonna del Libro o i ritratti di Simonetta Vespucci.

domenica 15 marzo 2020

          misteri     fiorentini              





..........................Sulla destra guardando la facciata vi era un muro anch’esso con un intonaco molto rovinato  ed all’angolo di congiunzione tra questo e la stessa facciata era posto un

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grande tavolo simile ad un altare in pietra serena scheggiato a causa del tempo e delle intemperie. Dentro il muro erano incassate delle grandi vasche e dentro quella mediana vi era una lapide che portava la seguente iscrizione

“Io son quella, o lettor, fata Morgana
che giovin qui ringioveniva altrui Qui dal Vecchietto, poiché vecchia io fui
ringiovenita colla sua fontana”
MDLXXII

Presi un taccuino che avevo sempre con me e copiai diligentemente ciò che era impresso nell’antico marmo. Mi allontanai per avere un colpo d’occhio d’insieme e appoggiai le mie terga sul cofano ancora caldo della mia macchina. Guardai con grande ammirazione l’opera che ai suoi tempi doveva sprigionare un fascino non indifferente che si era mantenuto nonostante i danni arrecati dallo scorrere dei secoli. Aprii il taccuino ove avevo trascritto la frase incisa sulla lapide. Riguardai la facciata……..pensando che la statua mancate doveva essere, anzi lo era sicuramente la rappresentazione della fata Morgana. Sicuramente doveva essere molto bella, chissà perché era sparita? dove poteva essere al momento? Improvvisamente il mio pensiero andò a GIAMBOLOGNA. Pur non essendo ferratissimo in storia dell’arte, dai tempi del liceo non era mai stata la mia materia preferita. Comunque non ero nelle condizioni del povero Don Abbondio che non sapeva chi fosse Carneade. Io non mi son posto la domanda Giambologna chi è costui…….Giambolognapseudonimo di Jean de Boulogne  è stato uno scultore di origine fiamminga,  particolarmente attivo nella Firenze della seconda metà del ‘500. Il ratto delle sabine collocato all’interno della loggia dei Lanzi, le due statue equestri che ornano tutt’oggi due belle piazze fiorentine, queste erano le opere  che ritenevo più famose dello scultore fiammingo.  Qualcosa, in fondo, ancora ricordavo di quegli ormai antichi  e mai del tutto amati studi sulla storia artistica del nostro paese in generale e della nostra Firenze in particolare.
Così pensieroso rimiravo con ammirazione quel luogo magico, di una magia misteriosa ed anche un po’ inquietante, mi sembrava di vedere strane e diafane figure danzanti coperte da strane cappe nere, arancioni, argentate.
-Ma che mi sta accadendo? Mi domandai al alta voce, per caso mi vengono le traveggole. Per farmi coraggio mi sfuggi una risatina con venature quasi isteriche.
                                                                             
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C’era anche quel tavolone di pietra che sembrava quasi una sorta di altare ove celebrare riti misteriosi, quella scritta lungo tutto il suo bordo resa illeggibile dal trascorrere del tempo e dalle offese delle intemperie a cui era stata costretta.
Mi rialzai dal cofano della macchina dove ero stato fino a quel momento appoggiato, mi stirai allargando le braccia in forma di croce, mi massaggiai poderosamente le mie reni doloranti e mi stavo avviando verso la porticina protetta dal cancelletto per poter ricontrollare l’interno della fonte o del ninfeo o di quel diavolo fosse stato alla sua origine.
Il sole era già scomparso dietro le collinette che circondavano l’angusta valle ove mi stavo trovando. Un brivido di un freddo innaturale mi corse tutto lungo la schiena, i peli dei miei bracci si rizzarono come attratti da una forza misteriosa, fui invaso da un’inquietudine stranamente immotivata. Sembrava che la mia presenza dispiacesse a qualche forza arcana lì nascosta da qualche parte. Entrai in macchina, accesi il motore che al primo colpo non partì, ciò mi creò un certo imbarazzo misto da paura. Feci marcia in dietro e con un’unica ed abile manovra mi inserii nella  stretta strada che  già avevo percorso  in senso inverso.
Giunsi al suo termine dove essa si immetteva in un’arteria principale. Nel suo ultimo tratto era fiancheggiata da entrambi i lati da piccoli, vecchi edifici e proprio sull’ultimo c’era appesa un insegna che indicava una rivendita di tabacchi, decisi di fermarmi perché avevo bisogno un urgente bisogno di una buona e malsana sigaretta. Accostai il mio mezzo al muro per non ostacolare gli eventuali veicoli in transito. Scesi senza chiudere la portiera, entrai nella modesta botteguccia scostando una vecchia tenda fatta di fila di perline in filate in corde lunghe quanto era alta la porta. Il mio ingresso fu annunciato dal tintinnare d i questa tenda e mi ritrovai in un ambiente lungo e stretto, buio, fumoso che da tanto tempo non aveva visto l’opera di un imbianchino.  Per quasi tutta la sua lunghezza c’era un fornito banco di alimentari. L’ambiente era pervaso da un intenso ed invitante profumo di buoni insaccati e di buon pane toscano. Era uno di quei negozi che offrivano una grandissima varietà di merci. Si andava dagli alimentari, ai detersivi per finire ai tabacchi. C’era anche un piccolissimo banco per la mescita di bevande ove appollaiati su due alti sgabelli stavano due arzilli vecchietti che stavano gustando due gottini di buon vino rosso.  ..............................,

RAFFAELLO SANZIO-RITRATTO DI A. DONI-GALLERIA DEGLI UFFIZI FIRENZE 




Il Ritratto di Agnolo Doni è un dipinto a olio su tavola (65x45 cm) di Raffaello Sanzio, databile al 1506 circa 
I due ritratti, conservati a palazzo Doni, grazie alla straordinaria introspezione che fece scuola, ebbero un duraturo successo: tra i numerosi che Raffaello dovette eseguire a Firenze sono gli unici di cui si sia tramandato il nome, fin dai tempi di Vasari.
L'opera rimase in possesso dei discendenti fino al 1826, quando fu ceduta al granduca Leopoldo II di Toscana. Rispetto al ritratto della moglie, il ritratto di Agnolo è lievemente anteriore.
Con l'unione di Uffizi e Galleria Palatina, il direttore Eike Schmidt ha portato avanti un riordino alla luce dell'allestimento delle sale dei "Grandi Uffizi", e ha riunito questo dipinto e il suo pendant al Tondo Doni in una nuova sala al secondo piano di quest'ultima galleria.

Descrizione e stile

Il soggetto è ritratto a mezza figura, seduto su un balcone che rivela, oltre il parapetto, un magnifico panorama naturale. Il taglio è estremamente monumentale e il personaggio, ritratto col busto di tre quarti verso destra e lo sguardo rivolto verso lo spettatore, è caratterizzato da una sciolta naturalezza. Acuta è la rappresentazione dello sguardo, che dimostra l'interesse del pittore verso la psicologia.
La sua condizione di ricco borghese è infatti testimoniata, oltre che dalla ricercatezza dell'abito dagli anelli alle mani, dallo sguardo sicuro e diretto. La berretta scura e i capelli lunghi, di colore castano, incorniciano il volto, in cui il dato fisico è trattato con estrema fedeltà e cura, secondo i modelli nordici filtrati da Perugino e da altri artisti italiani. Il segno minuto del pennello si manifesta ad esempio nei sottilissimi capelli crespi. Le maniche rosse della veste, ampie e di pesante stoffa, escono da una casacca scura, tenuta in vita da una cintura, mentre ai polsi e al collo sporge la camicia bianca. I dettagli tuttavia non rubano mai la scena al fulcro del dipinto, che è il volto del protagonista e il suo stato d'animo, grazie anche alle impercettibili linee di forza e al gioco di contrasti tra chiaro e scuro, che esaltano il viso. Le colline ad esempio degradano da sinistra verso destra, assecondando la linea di forza che va dal collo di Agnolo Doni all'avambraccio sinistro. Due nuvolette in cielo bilanciano ad arte gli angoli vuoti del dipinto.
I colori, sia nella figura che nello sfondo, sono esemplari delle ricerche di Raffaello in quegli anni, intonandosi a gradazioni sempre più corpose e d'effetto.
Sul retro dei due ritratti si trova una rappresentazione a monocromo del mito di Deucalione e Pirra, in particolare il diluvio inviato dagli dei, attribuito a un tardo seguace del Sanzio.

martedì 19 novembre 2019

SANDRO BOTTICELLI-LA SCOPERTO DEL CADAVERE DI OLOFERNE-GALLERIA DEGLI UFFIZI FIRENZE


La Scoperta del cadavere di Oloferne è un dipinto a tempera su tavola (31x25 cm) di Sandro Botticelli, databile al 1472 e conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze. È lo scomparto sinistro di un dittico con il Ritorno di Giuditta a Betulia.
Il dittico, datato in genere al 1472, è ricordato da Vincenzo Borghini nel 1584 come donato da Rodolfo Sirigatti a Bianca Cappello, che lo teneva nel suo "scrittoio" entro una cornice dorata e intagliata, poi perduta. Con la morte di quest'ultima passò nelle collezioni del figlio don Antonio de' Medici, che lo conservava nel suo Casino di San Marco in via Larga. Nel 1633 finì nelle collezioni granducali dei futuri Uffizi.
Le consonanze con le opere di Antonio del Pollaiolo fanno in genere optare gli studiosi per una datazione verso il 1470 e solo Bettini ne anticipa la realizzazione al 1467-1468, cogliendovi un'influenza di Mantegna che negli anni immediatamente precedenti fu a Firenze.
Le due opere sono tra le prime scene narrative conosciute di Botticelli e mostrano una notevole abilità nel descrivere gli avvenimenti con il ricorso sicuro ad elementi essenziali. Giuditta, eroina biblica, per proteggere la propria città di Betulia minacciata dal generale assiro Oloferne, finse di voler collaborare con il nemico riuscendo a parlare al comandante, che si innamorò di lei. La sera lo fece ubriacare e giunta nella sua tenda lo decapitò mentre dormiva intorpidito dall'alcol. La prima scena è ambientata nella tenda di Oloferne e mostra i suoi dignitari che scoprono con orrore il corpo decapitato nel suo letto; la seconda mostra Giuditta che incede con passo sicuro verso la sua città, seguita dall'ancella che tiene in un cesto coperto da un lenzuolo la testa mozzata del nemico.
Pur nelle piccole dimensioni le Storie di Giuditta sono un vero capolavoro per la complessità della composizione, l'attenzione alla resa dei dettagli minuti e l'azzeccata scelta della diversa ambientazione per ciascuna scena.
Nella tavoletta di Oloferne il tronco del condottiero giace nudo sul letto, con un'anatomia perfetta costruita con una linea di contorno tesa ed elastica derivata dalla lezione del Pollaiolo, avvolto da lenzuola e da cuscini gonfi che creano un segno robusto tipico dell'espressività "virile" di Botticelli. Pesante è anche il panneggio della tenda, che scopre al centro un piccolo paesaggio campestre, e che accentua il senso di cupa drammaticità senza però impedire alla luce di entrare all'interno, lasciandola rifrangere sulle corazze e sulle ricche bardature.

La modellazione delle figure è incisiva, e marcato è l'espressionismo della scena, con le figure che esprimono vari sentimenti, dallo sgomento al raccapriccio, dalla sorpresa allo smarrimento. Le linee di forza dirigono lo sguardo dello spettatore sia verso il corpo privo di testa, sia verso la figura del soldato vestito di armatura che si piega per sollevare il lenzuolo di Oloferne scoprendone il tronco. A destra stanno arrivando due sereni personaggi a cavallo, che ancora non sono toccati dalla macabra scoperta, dimostrando l'accortezza del pittore di rappresentare diversi stati d'animo che movimentano la narrazione della storia.