mercoledì 3 febbraio 2016

  L' architettura razionalista italiana 



Durante gli anni del fascismo convivessero in Italia diverse correnti artistiche; tra queste l' architettura razionalista si configurava come il movimento più moderno, all' avanguardia, in contatto con le tendenze europee del funzionalismo. Nell' architettura europea, il razionalismo trovava dal 1920 al 1940 grande diffusione. Questo movimento voleva trovare una soluzione alla questione, nata dall' industrializzazione e dall' urbanizzazione, del rapporto tra individuo e società moderna. Il problema fu analizzato inizialmente dal tedesco Walter Gropius, fondatore del Bauhaus, le cui soluzioni restarono al centro del movimento insieme a quelle del belga Mies van der Roe e del francese Le Corbusier. Questi cercarono di dare vita ad un' architettura che si diversificasse da quella classicista e da quella romantica grazie alla priorità della funzionalità rispetto al decorativismo.




 L' opera architettonica doveva essere funzionale, avere cioè un rapporto razionale con le tecniche della produzione industriale e con le esigenze della società moderna (per questo motivo il razionalismo è detto indifferentemente anche funzionalismo). L' indirizzo comune del movimento fu dichiarato nel 1928 con il CIAM (il I Congresso Internazionale di Architettura Moderna). I razionalisti parteciparono a varie mostre e congressi europei con alterni successi, ma, come accadde anche in Italia, dovette sempre convivere con tendenze più tradizionaliste. In Italia in razionalismo convergeva con il futurismo nell' intento di modernizzare l' architettura italiana. Le prime tendenze razionaliste si erano mostrate con il "Gruppo 7", operante a Milano negli anni 1926/27 con lo scopo di elaborare un linguaggio comune per rinnovare l' architettura; poi era nato il MIAR (Movimento Italiano Architettura Razionale), a cui aderirono molti tra i maggiori architetti italiani del tempo (Pagano Pogatschnig, Michelucci, il gruppo BBPR), che proponevano le stesse idee base della contemporanea architettura europea: semplificazione, essenzialità delle strutture, analisi logica delle funzioni, estrema razionalità. La prima esposizione del MIAR ebbe luogo a Roma nel 1928, ma già in precedenza c' era stata la partecipazione alle mostre italiane più importanti con progetti spesso audaci che erano andati incontro a forti critiche; critiche che si ripeterono con le esposizioni successive per i progetti innovativi di edifici pubblici e privati presentati soprattutto da Terragni, da Pagano, da Levi Montalcini, e per alcune attuazioni. È importante considerare che le progettazioni razionaliste spesso non comprendevano solo l' esterno, ma anche l' arredamento interno, in modo che ogni singolo particolare dell' edificio garantisse la massima funzionalità all' individuo secondo le sue necessità (e secondo la funzione dell' edificio). Il razionalismo tentava di occupare il posto d' onore nell' arte dell' epoca, come del resto gli altri Continua »





martedì 2 febbraio 2016


STAZIONE SANTA MARIA NOVELLA

firenze

capolavoro dell' architettura razionalista....




L’edificio insiste nel luogo dove era la stazione ferroviaria Maria Antonia, inaugurata il 3 febbraio 1848. Rivelatasi oramai insufficiente la struttura ottocentesca, sulla base di una convenzione stipulata tra il Comune di Firenze e le Ferrovie dello Stato per la riorganizzazione dei servizi ferroviari della città, era così stato predisposto, tra il 1930 e il 1931, su incarico del Servizio Lavori della direzione generale delle Ferrovie, un progetto redatto dall’ingegnere Angiolo Mazzoni. Questo, pur essendo stato approvato dal consiglio superiore delle Belle Arti, suscitò tali polemiche da portare a bandire un concorso che comunque doveva essere compatibile con i lavori già avviati (il fabbricato dei servizi postali su via Alamanni) e non comprendeva le pensiline tra i binari, per le quali rimaneva incaricato Mazzoni.


 Il progetto vincitore, ufficializzato il 14 marzo 1933 ed essenzialmente relativo al fabbricato viaggiatori, fu quello del Gruppo Toscano, composto da Giovanni Michelucci, Nello Baroni, Pier Niccolo Berardi, Italo Gamberini, Sarre Guarnieri e Leonardo Lusanna. I lavori di costruzione, coordinati dall’ingegnere Mannucci, procedettero speditamente di modo che la nuova stazione fu inaugurata il 30 ottobre 1935 alla presenza del ministro Costanzo Ciano. Considerata una delle espressioni più alte dell’architettura del Novecento, aggiornata al linguaggio della cultura europea del periodo e chiaramente riconducibile al linguaggio del Razionalismo (nonostante le distanze prese da questo dallo stesso Michelucci), la stazione ha goduto di un’ampia fortuna critica, con conseguente produzione di un’ampia bibliografia alla quale si rimanda per approfondimenti.


 Nei limiti di questa scheda preme sottolineare lo studiato rapporto tra l’edificio e l’abside della chiesa di Santa Maria Novella, risolto con la costruzione di un lungo blocco compatto, caratterizzato da una accentuata orizzontalità, che volutamente non si pone in contrapposizione con la presenza antica, segnata dallo slancio verticale dell’abside e del campanile. Al tempo stesso la scelta della pietra tradizionale fiorentina per il rivestimento integra il nuovo edificio al tessuto circostante, in buona sostanza determinandolo come muro, limite oltre la chiesa, ridotto a superfici scabre ed essenziali, nel solco di una tradizione locale fatta di prevalenza dei pieni sui vuoti. L’orizzontalità della fabbrica è accentuata dai ricorsi del rivestimento in pietra forte, dalla cornice modanata di rivestimento, dalla lastra bidimensionale della pensilina. La compattezza materica del fronte sulla piazza è interrotta dalla grande vetrata bordata in ferro (corrispondente al salone della biglietteria), che fino dai primi contributi critici sull’opera datati agli anni trenta è stata letta come una calma caduta d’acqua sul muro di pietra. Il lungo fronte degli uffici su via Valfonda ripropone il rivestimento in pietra forte su cui si dispongono le aperture incorniciate con listre di travertino. Su via Alamanni il rapporto con l’edificio dei servizi postali è risolto grazie a uno snodo costituto da un fabbricato circolare sempre rivestito in pietra forte ma segnato da un grande infisso metallico bordato in travertino. La galleria di testa, con la sua ampiezza e luminosità, determina una vera e propria strada che congiunge via Alamanni a via Valfonda. L’essenzialità e la misura del disegno degli esterni si contrappone alla ricchezza dei materiali dispiegati nella definizione degli interni, per i quali valga il salone della biglietteria, peraltro pensato come ingresso principale. Qui una serie di pilastri giganti rivestiti in marmo verde Alpi articolano l’ambiente in tre monumentali navate, pavimentate in serpentino perlaceo alpino e con le pareti rivestite interamente in marmo giallo di Siena, con i contorni delle aperture in marmo bianco apuano. La grandiosa vetrata in ferro e Termolux (già letta come cascata dall’esterno) concentra la luce nella navata centrale, alta dodici metri, subito posta dalla stampa del tempo in relazione con la cappella dei Principi di San Lorenzo per un supposto identico sfarzo dei materiali lapidei. Da rilevare, nell’ambito di tale monumentalità, l’estrema cura nel disegno e nella manifattura degli elementi d’arredo (purtroppo in buona parte scomparsi), dalle panchine ai portapacchi, dagli orologi alla grafica delle scritte in bronzo. Le facciate e le pavimentazioni dell’edificio sono state oggetto di un intervento di restauro tra il 1989 e il 1990.


lunedì 1 febbraio 2016

Comunicato
Associazione Luca Coscioni
per la libertà di ricerca scientifica.
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Ufficio Stampa
Associazione Luca Coscioni
ufficiostampa@associazionelucacoscioni.it
Telefono +39-06.68979.286

Fecondazione: anche in Italia come in UK gli embrioni non idonei per gravidanza siano donati alla ricerca 
 
Dichiarazione Filomena Gallo e Marco Cappato, rispettivamente Segretario e Tesoriere dell'associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

In Italia la legge 40 del 2004 all'art. 13 vieta qualsiasi tipo di sperimentazione sugli embrioni.  Il prossimo 22 marzo in Corte Costituzione si discuterà del divieto della legge 40 che impedisce che gli embrioni non idonei per una gravidanza siano donati alla ricerca scientifica( avv. Baldini, Gallo, Clara, Ammirati).
 
Oggi la Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea) inglese ha dato il via libera al Francis Crick Institute a modificare geneticamente gli embrioni umani, provenienti da cliniche che utilizzano tecniche di fecondazione in vitro, per comprendere il processo cruciale nelle prime fasi di sviluppo. Gli esperti documentano il fatto che non tutte le blastocisti/embrioni si sviluppano fino alla fase della gravidanza e nascita. In UK potranno verificare cosa succede, perchè queste blastocisti si fermano. Si eviteranno perdite di gravidanze, si potranno prevenire aborti spontanei e favorire la fertilità. Anche in Italia tutto ciò potrebbe avvenire se non vi fossero i divieti senza fondamento che con la legge 40 sono stati introdotti. Nel 2005 abbiamo aiutato delle coppie ad inviare i propri embrioni non idonei per una gravidanza al Karolinska Institutet per la ricerca.
 
Attualmente i Tribunali italiani stanno colmando il vuoto della politica che some sempre è in dietro rispetto alla scienza,la legge 40 ne è l'esempio. Stiamo affrontando un divieto che in altri Paesi è completamente superato tanto è vero che sono stati autorizzati studi importanti che possono favorire la nascita di tanti bambini in una epoca in cui si parla di futuro demografico dell'Europa, con poche nascite.In una epoca in cui la scienza trova risposte a malattie un tempo incurabili, proprio grazie all'utilizzo delle staminali.
 
Il Governo dovrebbe eliminare questo divieto dalla legge 40 prima che intervengano nuovamente i Giudici della Corte Costituzionale e consentire ai nostri ricercatori di utilizzare embrioni/ blastociti italiani e non dover importare cellule dall'estero. Ipocrisia italiana in materia di tutele che conferisce maggiori tutele a delle cellule che restano crioconservate rispetto alle persone che aspettano cure che non vi sono o che provano ad avere un bambino anche tra i mille divieti italiani che impediscono l'accesso alle tecniche di fecondazione nel rispetto di un principio di uguaglianza nell'accesso alle cure.


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Andy Warhol



Andy Warhol (1930-1987) è il rappresentante più tipico della pop art americana. Figlio di un minatore cecoslovacco emigrato negli Stati, egli è uno dei rappresentanti più tipici della cultura nord-americana, soprattutto per la sua voluta ignoranza di qualsiasi esperienza artistica maturata in Europa. Rifiutata per intero la storia dell’arte, con tutta la sua stratificazione di significati e concettualizzazioni, l’arte di Warhol si muove unicamente nelle coordinate delle immagini prodotte dalla cultura di massa americana.
La sua arte prende spunto dal cinema, dai fumetti, dalla pubblicità, senza alcuna scelta estetica, ma come puro istante di registrazione delle immagini più note e simboliche. E l’opera intera di Warhol appare quasi un catalogo delle immagini-simbolo della cultura di massa americana: si va dal volto di Marilyn Monroe alle inconfondibili bottigliette di Coca Cola, dal simbolo del dollaro ai detersivi in scatola, e così via.
In queste sue opere non vi è alcuna scelta estetica, ma neppure alcuna intenzione polemica nei confronti della società di massa: unicamente esse ci documentano quale è divenuto l’universo visivo in cui si muove quella che noi definiamo la «società dell’immagine» odierna. Ogni altra considerazione è solo consequenziale ed interpretativa, specie da parte della critica europea, che in queste operazioni vede una presa di coscienza nei confronti del kitsch che dilaga nella nostra società, anche se ciò, a detta dello stesso Warhol, sembra del tutto estraneo alle sue intenzioni.
Il percorso artistico di Warhol si è mosso tutto nella cultura newyorkese, nel momento in cui New York divenne la capitale mondiale della cultura. Warhol fu in questo ambiente uno dei personaggi più noti, costruendo in maniera attenta il suo personaggio. Si mosse in stretta attinenza agli ambienti underground, legandosi al mondo della musica, del teatro del cinema. Gli inizi della sua pittura risalgono al 1960, dopo un periodo precedente in cui aveva svolto attività di disegnatore industriale. Nel 1963 raccoglie intorno sé numerosi giovani artisti, costituendo una comune a cui diede il nome di «factory». Abbandona la pittura nel 1965 per dedicarsi esclusivamente alla produzione cinematografica. Il ritorno alla pittura avviene intorno al 1972, con una produzione incentrata soprattutto sui ritratti. Nel 1980 fonda una televisione dal nome «Andy Warhol’s TV». Muore il 22 febbraio 1987 nel corso di un intervento chirurgico.


 Vita Nuova     DANTE ALIGHIERI

DANTE A GUIDO CAVALCANTI
  
Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
4per mare andasse al voler vostro e mio;

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
8di stare insieme crescesse ’l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
11con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,
14sì come i’ credo che saremmo noi.



    CHI DOBBIAMO RINGRAZIARE ???       

Ieri un ubriaco ha investito con la sua macchina madre e sua figlia di 12 anni uccidendole entrambe. Nel frattempo LA LEGGE SULL'OMICIDIO STRADALE nella quale si prevedono pene molto severe per  chi , come in questo caso, procura la morte trovandosi in uno stato alterato a causa dell'alcool e/o di droghe, rimane bloccata in parlamento grazie all'insulsa opposizione di Forza Italia e del Movimento 5 Stelle. Al momento in cui la legge, a seguito di un emendamento presentato da Forza Italia, veniva bocciata e d ulteriormente rimandata  quei.....non saprei come definirli se non con il loro vero nome di Grullini esultavano davanti agli sbigottiti parenti di tante troppe vittime innocenti. Grazie a questa banda di cialtroni un altro assassino potrà cavarsela a buon mercato mentre una giovane madre ed una bambina non avranno un domani. Grazie, grazie e grazie.......ecco chi dobbiamo ringraziare.



Matteo Renzi Newsletter


01 febbraio 2016

Enews 411



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Altro che chiacchiere, facciamo leggi.

C'è una esilarante pagina su Facebook che mi prende in giro. Si chiama "Matteo Renzi che fa cose" e ironizza sulla mia insistenza nel dire che le cose vanno fatte. La pagina è molto divertente, ma sono costretto a insistere: la concretezza, fare leggi e non chiacchiere è una caratteristica chiave del nostro Governo. Dopo anni di immobilismo finalmente siamo ripartiti grazie alla concretezza.
La settimana appena trascorsa ha visto tre iniziative dell'esecutivo in questa direzione: dopo anni siamo intervenuti su povertà, lavoratori autonomi, cinema.
Abbiamo licenziato il "disegno di legge delega sui temi della povertà": è la prima volta in 70 anni che l'Italia si dota di un provvedimento organico di contrasto alla povertà. Sono 700 milioni per il 2016, e supereremo il miliardo il prossimo anno. Naturalmente confermo ciò che ho sempre detto: la prima misura contro la povertà è la crescita. Insistere su tutto ciò che rimuove gli ostacoli all'economia e allo sviluppo significa fare il bene dei più deboli, altro che poteri forti. Ma questo non toglie urgenza rispetto alla necessità di intervenire subito per chi è in difficoltà.
Secondo impegno rispettato, il "JobsAct dei lavoratori autonomi", uno Statuto che per la prima volta parla a oltre due milioni di professionisti e partite Iva, mettendo insieme equità, merito e crescita professionale. Anche in questo caso si tratta di un provvedimento di cui da anni si parlava e che finalmente passa dalle chiacchiere alla realtà. Una realtà fatta di deducibilità integrale delle spese di formazione e di orientamento sul mercato, di rispetto dei termini di pagamento e di parità di accesso agli appalti pubblici. Una realtà fatta anche di più diritti in tema di maternità e malattia.

Lo spirito di Ventotene.

I giorni appena passati sono stati caratterizzati da una intensa attività anche internazionale, a cominciare dalla storica visita del presidente Rouhani che ha scelto l'Italia come prima tappa dopo l'accordo sul nucleare e la fine delle sanzioni. Ma l'attenzione dei media si è concentrata soprattutto sull'incontro con Angela Merkel (qui la mia intervista al New York Times, qui ancora la mia intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung). Sintetizzo così: l'Italia per anni aveva un debito morale con le istituzioni europee - e io dico soprattutto con i propri concittadini - perché parlava di riforme che non riusciva a realizzare. Adesso le cose sono cambiate. Le riforme sono leggi e dopo tre anni di recessione è tornato il segno più nei fondamentali economici. Possiamo tornare a fare il nostro mestiere, dunque. E il nostro mestiere è guidare l'Europa, non andare in qualche palazzo di Bruxelles a prendere ordini.
Del resto l'Europa è figlia di un grande sogno, ideale e idealista. Il sogno di chi - rinchiuso in un'isola al confino - ebbe il coraggio e la forza di sognare gli Stati Uniti d'Europa. Mi riferisco naturalmente al manifesto di Ventotene, voluto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e altri compagni di prigionia. L'incontro con Angela Merkel è stato utile: insieme abbiamo ribadito che il più grande pericolo per l'Europa sono populismo e demagogia e io personalmente continuo a credere che populismo e demagogia crescano con più forza dove c'è disoccupazione, dove manca la crescita, dove l'austerity cieca annulla le prospettive di sviluppo. Ma quello che manca all'Europa di oggi è la dimensione ideale, la forza del sogno, la capacità di dire no a chi immagina muri e frontiere. E allora il giorno dopo Berlino, ho visitato Ventotene per annunciare l'impegno del governo italiano a rilanciare questo spirito europeo. E anche per presentare il progetto di recupero del carcere di Santo Stefano (dove tra l'altro sono stati rinchiusi alcuni tra i più grandi protagonisti della Resistenza e del dopoguerra, da Sandro Pertini a Umberto Terracini). Coinvolgeremo le migliori università europee, a cominciare dall'Istituto Universitario Europeo. E faremo del carcere una foresteria dove ospitare incontri, stage, corsi di formazione per giovani europei e del Mediterraneo. Quel posto, così carico di memoria, rischia di diventare un insieme di ruderi. Noi vogliamo salvarlo e rilanciarlo.
Non salveremo l'Europa con i professionisti dello zero virgola, ma con la coscienza di una nuova generazione di cittadini europei.
Solo lo spirito di Ventotene potrà salvare l'Europa da chi vorrebbe erigere muri e chiudere Schengen.


Di nuovo, in Africa.

"Adesso basta! Rimandiamoli a casa. E al massimo aiutiamoli lì" gridano in tanti quando si parla di immigrazione. E questo atteggiamento diventa in alcuni casi programma politico. Si pensi alla superficialità con cui questo concetto viene espresso tutti i giorni nei talk da partiti che quando sono stati al Governo hanno praticamente disintegrato i fondi per la cooperazione internazionale e cancellato l'Africa dalla cartina geopolitica. Bene, non è tempo di polemiche. Noi crediamo che la grande - drammatica - questione della migrazione vada affrontata con una strategia complessiva. Occorre uno sforzo diplomatico forte, continuo. Ma è cruciale anche investire con la cooperazione allo sviluppo e con gli investimenti. In questo senso l'Africa è decisiva: un continente ricco di opportunità che per troppo tempo la nostra politica ha fatto finta di non vedere. Per la terza volta in meno di due anni una delegazione di Palazzo Chigi scende sotto il Sahara (non era mai accaduto nei 70 anni precedenti), allo scopo di rafforzare il ruolo, l'amicizia, gli interessi, i valori dell'Italia. Da oggi a mercoledì visiteremo Nigeria, Ghana e Senegal. Vi terrò informati via Facebook, come accaduto a ottobre durante la missione in Sud America. Ma quello che voglio da subito condividere è il principio di fondo: l'Italia può giocare un ruolo se ha il coraggio di avere una strategia politica di ampio respiro. Non due battute buone per fare un po' di demagogia in tv. Noi investiamo sull'Africa perché pensiamo che sia doveroso per il nostro posizionamento geografico e geopolitico. Se vogliamo combattere la povertà, sradicare il terrorismo, affermare valori condivisi l'Africa oggi è la priorità. E dopo anni di assenza, l'Italia ci deve essere.

Pensierino della Sera. Siamo ancora qui. Nel senso che la mozione di sfiducia - anzi, le mozioni di sfiducia, perché ne hanno fatte due, non badano a spese quelli dell'opposizione - non è passata. Non sono passate. In Senato ho dovuto contenermi, mantenendo un certo ruolo istituzionale e non potendo dire tutto quello che avrei voluto dire: ma per chi ha un quarto d'ora di tempo da perdere, qui c'è il video. Con le risposte alla tante polemiche strumentali e sterili di queste settimane sulle banche e sul Governo. Nel frattempo, a ogni voto in Senato, i numeri delle opposizioni diminuiscono. Credo sia il segno più evidente del fatto che la tecnica di spararla grossa, di fare polemica per il gusto della polemica, di attaccare a testa bassa a livello personale ignorando la realtà non soltanto non funziona. Ma è controproducente. Ogni volta che si vota in Parlamento, le opposizioni perdono pezzi, senza che noi facciamo niente. Fanno tutto da soli, è incredibile. Il disfattismo non paga, prima o poi se ne accorgeranno anche loro. Ma non c'è fretta: loro pensino pure alle varie macchine del fango, noi pensiamo all'Italia.

Un sorriso,
Matteo


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