giovedì 28 gennaio 2016

GIOVANNI da S. GIOVANNI                           

pittore.......



Giovanni da San Giovanni, nome d'arte di Giovanni Mannozzi (San Giovanni Valdarno, 20 marzo 1592 – Firenze, 9 dicembre 1636).
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Biografia

Fin da giovane dimostrò una predisposizione per la pittura, contrastata dalla famiglia che lo voleva notaio e chierico. Nel1608 si trasferì a Firenze e divenne, fino al 1612, allievo di Matteo Rosselli e più tardi di Giulio Parigi, architetto, scenografo e incisore.
Il pittore, dalla personalità piena di curiosità e di arguzia, trascorse un periodo a Firenze conducendo una vita che viene descritta dal biografo Filippo Baldinucci come "stravagante": ad un'ossessiva applicazione allo studio del disegno e a letture di poesia e storia si accompagna un apparire trasandato.
La sua iscrizione alla Accademia delle Arti del Disegno di Firenze risale al 1612 e nel 1616 si hanno le prime opere. Predilesse subito la tecnica dell'affresco.
Morì a Firenze, il 9 dicembre 1636; è sepolto nella chiesa di San Pier Gattolino.
La casa natale del pittore si trova a San Giovanni Valdarno in corso Italia 105, e fa parte dell'iniziativa Musei, Case della memoria per la conservazione e diffusione della storia dell'arte toscana.
        L'ACCADEMIA DELLA CRUSCA         

firenze                     




L'Accademia della Crusca (spesso anche solo la Crusca) è un'istituzione italiana che raccoglie studiosi ed esperti  della lingua italiana. 
Sorta tra il 1570 e il 1580 a Firenze come informale gruppo di amici (la "brigata dei crusconi") dediti, in contrapposizione alla pedanteria dell'Accademia fiorentina, a discorsi giocosi (le "cruscate"), l'Accademia si costituì ufficialmente il 25 marzo 1585, con una cerimonia inaugurale che seguiva di due anni il periodo in cui i suoi membri iniziarono a pensare alla possibilità di organizzarsi intorno a uno statuto (adunanza del 25 gennaio 1583).
La Crusca è la più antica accademia linguistica del mondo. Nei suoi oltre quattro secoli di attività si è sempre distinta per lo strenuo impegno a mantenere "pura" la lingua italiana originale, pubblicando, già nel 1612, la prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, che servì da esempio lessicografico anche per le lingue francese, tedesca e inglese (ma non per la lingua spagnola, che aveva pubblicato il Tesoro de la lengua castellana o española nel 1611, scritto da Sebastián de Covarrubias, il primo lessicografico di una lingua moderna in Europa).
Fa oggi parte della Federazione Europea delle Istituzioni Linguistiche Nazionali, il cui compito è di elaborare una linea comune di protezione di tutte le lingue nazionali europee. Per l'Italia partecipano alla Federazione l'Accademia della Crusca e l'Opera del Vocabolario Italiano del CNR (iniziativa avviata dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, peraltro, proprio in collaborazione con l'Accademia della Crusca).

La storia

Le origini e i fondatori

L'origine di questa istituzione ha un prologo del tutto anti-accademico: i suoi fondatori si erano chiamati inizialmente la brigata dei Crusconi e costituivano una sorta di circolo i cui soci – poeti, letterati, uomini di diritto – erano soliti radunarsi in allegre occasioni conviviali, durante le quali recitavano per gioco cruscate, ossia discorsi colti ma dallo stile giocoso e scherzoso. L'intenzione dichiarata, che già si evince dalla scelta del nome, è di distaccarsi dalle pedanterie dell'Accademia fiorentina, protetta dal granduca Cosimo I de' Medici, e di contrapporsi al suo stile severo e classicista. I crusconi combattevano contro la pedanteria classicista anche con l'umorismo, la satira, e l'ironia, senza che questo compromettesse l'intenzione primaria del gruppo, prettamente letteraria, ed esplicata spesso in dispute letterarie di alto livello.
I fondatori della Crusca si identificano tradizionalmente in: Giovan Battista Deti, il Sollo; Anton Francesco Grazzini, il Lasca; Bernardo Canigiani, il Gramolato; Bernardo Zanchini, il Macerato; Bastiano de' Rossi, l'Inferigno, cui si aggiunse nell'ottobre 1582 Lionardo Salviati, l’Infarinato (1540-1589). Sotto la spinta e con il determinante contributo di quest'ultimo, finalmente, a partire dal 1583, l'Accademia prende nuova forma, indirizzandosi coerentemente al fine che gli Accademici si proponevano: mostrare e conservare la bellezza del volgare fiorentino, modellato sugli autori del Trecento.

L'Accademia, dunque, abbandona l'impronta ludica e giocosa, per sposare il ruolo normativo che da quel momento in poi avrebbe assunto, conservandolo per secoli. Anche il significato del termine mutò: gli Accademici della Crusca lavorarono per distinguere la parte buona e pura della lingua (la farina) dalla parte cattiva ed impura (appunto, la crusca). Da qui la simbologia e l'apparato: lo stemma è un frullone o buratto con il motto petrarchesco Il più bel fior ne coglie come insegna. I membri assunsero, almeno dei primi secoli, un "nome di Crusca": un soprannome in qualche modo legato al ciclo di vita del grano e a tipi o impieghi del pane (come Infarinato, Trito, Gramolato, Impastato eccetera); ogni accademico, inoltre, aveva un'"impresa": una pala lignea con dipinto il nome di accademico, un motto normalmente tratto dal Petrarca e un'immagine che fungesse da raccordo tra nome e motto. Inoltre, presso la sede dell'Accademia della Crusca, in particolare nella Sala delle Pale, sono conservate altre suppellettili che si rifanno sempre allo stesso campo semantico, come ad esempio dei seggi composti da una cesta del pane capovolta che hanno, come schienale, una pala da forno.
La prima edizione del Vocabolario della Crusca (1612) riflette dunque la concezione linguistica del Salviati (e dopo di lui dell'accademico Vincenzo Maria Borghini) che va oltre le posizioni di Pietro Bembo: risale a un ideale di lingua fiorentina pura, naturale, popolare, legittimata dall'uso degli scrittori sommi come di quelli minimi. Il vocabolario registrava anche le parole del fiorentino vivo purché testimoniate e quindi legittimate in autori antichi o testi minori, anche se sconosciuti. Il vocabolario si caratterizza per un totale disinteresse per la terminologia tecnico-scientifica. Scompare la distinzione tra uso della poesia e della prosa, il riferimento agli usi regionali o dialettali, l'abitudine ad inserire osservazioni grammaticali all'interno delle voci. Furono abbandonati gli usi ancora legati al latino. L'impostazione arcaizzante suscitò le critiche di Beni, Tassoni, Bartoli, Politi, Gigli, Spadafora. Le critiche non modificarono il modo di lavorare degli accademici tanto che la seconda edizione del 1623 non si discostò molto dalla prima se non per alcune correzioni e per l'aumento del numero complessivo delle voci registrate. La terza edizione fu stampata a Firenze presso la stamperia dell'Accademia della Crusca e fu pubblicata nel 1691 in tre volumi con dedica a Cosimo III de' Medici. Presenta cambiamenti di grande importanza: viene introdotta l'indicazione V.A. per contrassegnare le voci antiche come testimonianza storica per poter comprendere i testi antichi e non come esempio da seguire; gli autori da cui venivano presi gli esempi erano cresciuti e comprendevano anche alcuni moderni, compreso il Tasso (escluso dalle prime 2 edizioni), il Machiavelli, il Guicciardini, il Della Casa, il Varchi e scrittori toscani come il Sannazaro, il Castiglione, il Chiabrera; aumenta il numero di trattati scientifici in considerazioni e delle voci tratte da scrittori di scienza come Galileo Galilei. La quarta edizione fu pubblicata a Firenze tra il 1729 e il 1738 con dedica a Gian Gastone de' Medici. Vengono eliminati anche gli autori di trattati tecnico-scientifici. La quinta edizione (della quale vennero pubblicati undici volumi, il primo nel 1863) venne interrotta alla voce Ozono nel 1923.
L'Accademia della Crusca dunque portò avanti la sua attività con alti e bassi fino al 1783, quando Pietro Leopoldo la sciolse insieme ad altre Accademie e la riunì nella Accademia Fiorentina (seconda). Nel 1808, però, venne fondata la terza Accademia Fiorentina e con decreto del 19 gennaio 1811, firmato da Napoleone, fu ripristinata la Crusca con la sua autonomia, statuti e finalità antiche.

l XX secolo

Nel XX secolo il decreto legge dell'11 marzo 1923 mutò la sua composizione e il suo indirizzo; la compilazione del Vocabolario fu sostituita con quella di testi filologici e il Vocabolario preso in carico da una società privata di studiosi. Nel 1955, però, si tornò a parlare di una ripresa dell'opera su iniziativa di Bruno Migliorini e di altri.
Nel 1983 fu sancita la separazione dell'Accademia dal progetto del Vocabolario.

Simbolo e motto

Il simbolo dell'Accademia è il "frullone", un macchinario che serviva per separare la farina dalla crusca, e come motto l'accademia utilizza il verso del Petrarca "Il più bel fior ne coglie".


mercoledì 27 gennaio 2016

           QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI .....VA BENE TUTTO......................




In questi giorni a fare scalpore sono le scatole che hanno imballato statue antiche per coprigli le vergogne che avrebbero potuto urtare la suscettibilità di  Rouhani presidente della repubblica islamica dell'IRAN. Questi comportamenti da scendi-letto adottati dal nostro paese e dai suoi governanti o comunque dai responsabili di quanto accaduto ad un laico-libertario quale mi reputo non mi  piacciono nel modo più assoluto.  Mettendosi nei panni di chi ha una responsabilità di governo dobbiamo riconoscere, obtorto collo, che costui ha DICIASETTE MILIARDI DI BUONE RAGIONI per un si fatto comportamento. Se le opposizioni all'attuale governo si attaccano a questa bischerata dobbiamo pensare che non hanno molto di meglio con cui incalzare Renzi e i suoi ministri. Questo non per un particolare merito di colui che attualmente guida il governo ma per un evidente demerito di chi sta facendogli opposizione. Che cosa dobbiamo aspettarci da un Berlusconi bollito, da un Salvini che avrebbe bisogno di tornare un po' a scuola, di una nostalgica del fascismo quale è la ragazzotta pariolina di nome Meloni o di gente nulla facenti che all'università sono ultra fuori corso stile DI MAIO e c????? A proposito il nostro paese è abbastanza recidivo in questi comportamenti diciamo.......un po' servili, mi ricordo che alcuni anni or sono le pudenda del DAVID di MICHELANGELO esposto al museo dell'accademia di Firenze crearono dei problemi ai Sauditi.  Pertanto niente di nuovo sotto il cielo Italico.
      27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA      per non dimenticare mai......
Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime dell'Olocausto. È stato così designato dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria. La risoluzione fu preceduta da una sessione speciale tenuta il 24 gennaio 2005 durante la quale l'Assemblea generale delle Nazioni Unite celebrò il sessantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti e la fine dell'Olocausto.
Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell'Armata Rossa, impegnate nella grande offensiva oltre la Vistola in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz.
Sono trascorsi ben settanta anni da quel fatidico giorno in cui si scoprirono gli orrori che esseri disumani perpetravano contro persone innocenti ed indifese, il cui unico torto era di appartenere ad una minoranza etnico-religiosa. Noi siamo chiamati a ricordare questi tristissimi avvenimenti che vide, suo malgrado, protagonista il popolo ebraico e non solo......come dimenticare l'abominio commesso contro i nomadi, gli slavi, i gay e le persone portatrici di disabilità????? Eppure proprio in questi giorni stiamo assistendo ad un rigurgito xenofobo tanto da farci dire che questi settanta anni sono trascorsi inutilmente. Popoli che fuggono da fame e guerre e  che vengono accolti da muri e fili spinati e per i quali ci si augura la morte durante i loro tragici viaggi.....persone che richiedono parità di diritti e di non essere ghettizzate, solo per il fatto di avere tendenze sessuali ritenute non conformi le si vorrebbe emarginare e contro le quali si organizzano manifestazioni di piazza di htleriana memoria. Se ancora siamo a questi livelli di inciviltà e di barbarie questi 70 sono passati veramente in vano....... PERCHE' IL GIORNO DELLA MEMORIA NON DIVENTI SOLO UN RITO CHE PLACHI LE NOSTRE COSCIENZE MA UN FATTO CULTURALE CHE FACCIA PARTE INTEGRANTE DEL NOSTRO PENSIERO E DEL NOSTRO AGIRE QUOTIDIANO.  IL GIORNO DELLA MEMORIA DA VIVERE E CONDIVIDERE TUTTI I GIORNI....... viva la libertà......... viva la pace tra tutti gli esseri umani !!!!

martedì 26 gennaio 2016

SANTI di TITO 


Santi di Tito (Borgo San Sepolcro, 6 ottobre 1536 – Firenze, 23 luglio 1603) è stato un pittore e architetto italiano. Fu una delle personalità più influenti della pittura fiorentina (e toscana) della seconda metà del Cinquecento.
Suo figlio Tiberio Titi fu pure un apprezzato pittore, specializzato in ritratti di corte formali.
                                                



 










Biografia

Pittore

Si formò a Firenze alla bottega di Sebastiano da Montecarlo e fu in contatto anche con Agnolo Bronzino e con Baccio Bandinelli. Si iscrisse alla compagnia di San Luca nel 1554, ma della sua produzione giovanile si sa poco, anche perché la sua personalità pittorica inizia ad emergere solo dopo un viaggio a Roma dal 1558 al 1564, dove poté accostarsi al classicismo dei seguaci di Raffaello. Nella città dei papi iniziò così a lavorare nelle imprese decorative più importanti del momento, come a palazzo Salviati (1559), al Belvedere neiPalazzi Vaticani con Niccolò Circignani (1561-1562), alla Casina di Pio IV accanto a Federico Zuccari (1561-1565).
Il contatto con gli Zuccari fu fondamentale per elaborare una riforma antimanieristica, che tornato a Firenze propose con decisione e che lasciò una forte impronta nell'ambiente artistico locale.
Accolto dalla corte medicea e partecipò attivamente alla vita dell'Accademia di San Luca, preparando per esempio gli apparati per le esequie funebri di Michelangelo e poi affrescando la Costruzione del Tempio di Salomone nella cappella della compagnia nella Santissima Annunziata.
Le prime opere di questa fase mostrano ancora le convenzioni linguistiche tipiche della maniera romana, come nella Resurrezione inSanta Croce (1565), anche se presto il pittore operò una semplificazione dello stile con un recupero della semplicità compositiva e della sobrietà del primo Cinquecento fiorentino, unito a un'intensa e devota religiosità, ben si adattava ai dettami della Controriforma. Mantenne questa sua forma di "purismo" fino alle opere più tarde, e influenzando la pittura fiorentina almeno fino all'arrivo in città di Pietro da Cortona.
Lavorò anche nello studiolo di Francesco I, dove le sue pitture risentono di queste sue scelte formali, manifeste anche in una serie di pale da altare in diverse chiese fiorentine: la Resurrezione di Lazzaro in Santa Maria Novella (1576), il Martirio di santo Stefano nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio (1579), il Cristo nell'Orto degli Ulivi in Santa Maria Maddalena dei Pazzi (1591), la Visione di san Tommasoin San Marco (1593) e l'Annunciazione sempre in Santa Maria Novella (1603). A testimoniare la sua fama, opere sue si trovano anche fuori Firenze e la Toscana, ad esempio a Città di Castello (Imposizione delle mani da parte di san Pietro e san Giovanni, pinacoteca comunale) o a Forlì (San Mercuriale, abbazia di San Mercuriale).

Architetto

Villa San Michele a Doccia
Come architetto adottò un analogo linguaggio esplicitamente antimanieristico, come si legge nell'oratorio della confraternita di San Tommaso d'Aquino (1568-1569, poi molto alterato), nel palazzo Dardinelli-Fenzi, a palazzo Zanchini-Corbinelli (1583 circa). Altri suoi lavori sono la Cappella di San Michele a Petrognano (1591, che riproduce in piccolo la cupola del Brunelleschi), il convento di San Michele a Doccia (1599), villa Le Corti, la scalinata di palazzo Nonfinito, la Villa di Motrone (o Palagio degli Spini, a Peretola), o la sua casa-palazzo in via delle Ruote a Firenze

lunedì 25 gennaio 2016

CHRETIEN   DE     TROYES


Chrétien de Troyes (circa 1130 - circa 1185) è uno dei più grandi scrittori del Medioevo ed è considerato un precursore del genere romanzesco.
La vita e le opere
Ben poco si sa della sua vita. Nato forse a Troyes, risiedette certamente alle corti di Filippo d'Alsazia, conte di Fiandra, e di Maria di Champagne. Dai suoi scritti si desume che possedeva un'ampia cultura, ma non era un ecclesiastico; che era uomo di lettere pienamente consapevole del proprio ruolo e del valore dell'opera letteraria come fonte di gloria e immortalità. Tra le sue opere spiccano due canzoni d'amore e cinque grandi romanzi cortesi, in ottosillabi a rima baciata: Érec et Énide (circa 1170); Cligès (circa 1176); Lancelot ou Le chevalier à la charrette (Lancillotto o Il cavaliere della carretta, tra il 1177 e il 1181); Yvain ou Le chevalier au lion (Ivano o Il cavaliere del leone, tra il 1177 e il 1181); l'incompiuto Perceval ou Le conte du Graal (Perceval o Il racconto del Graal, dopo il 1181). È perduta un'opera Marc et Iseut la blonde (Marco e Isotta la bionda) sulla vicenda di Tristano e Isotta.
Sintesi e superamento dell'ideale cortese
Nelle sue opere Chrétien tratta e rielabora con notevole libertà e originalità i temi canonici del romanzo cortese. In Érec et Énide egli affronta in modo problematico un tema lasciato ai margini dalla teoria dell'amor cortese. Il cavaliere ha conquistato l'amore della dama grazie al proprio valore e l'ha sposata. Ma proprio quell'amore impedisce all'eroe di esprimere il suo valore, allontanandolo dall'esercizio delle armi. La contraddizione sarà superata dal comune impegno dei due sposi nell'avventura: Énide ed Érec partono insieme e insieme affrontano il pericolo. Così l'amore trae nuovo alimento dall'avventura e si realizza il difficile equilibrio tra passione, matrimonio e servizio cavalleresco.

L'originalità di Chrétien si rivela ancor più nel romanzo di argomento orientale Cligès, che si oppone polemicamente alla leggenda più nota del ciclo arturiano, l'amore di Tristano e Isotta. Si ritrova la situazione dei celebri amanti, ma qui la protagonista Fenice, innamorata di Cligès, nipote dell'anziano marito, rifiuta il compromesso di Isotta, la separazione tra anima e corpo.
In Lancelot il tema dell'amore e dell'avventura si approfondisce ulteriormente: la ricerca della donna amata da parte dell'eroe si trasforma in un itinerario ideale. Negli ultimi romanzi Chrétien de Troyes sembra delineare un profondo mutamento dell'ideale cavalleresco. Yvain mette il proprio valore al servizio degli oppressi e scopre una nuova dimensione dell'avventura. La lettura di Perceval è più difficile, in quanto il romanzo è rimasto incompiuto: appare tuttavia evidente che la ricerca di sé attraverso l'avventura si è trasformata in una ricerca mistica, in un itinerario religioso.
Un nuovo genere: il romanzo
Chrétien è talvolta indicato come il fondatore del genere romanzesco; benché questo non sia sostenibile, è però certo che egli per primo seppe intuire le possibilità di tale forma narrativa e comprese la necessità di organizzare in modo coerente una storia che fosse a un tempo morale, psicologica e sociale. Lo scrittore, prendendo le mosse dalle convenzioni del genere, amore e avventura in un'atmosfera meravigliosa, attinta dalla leggenda bretone del re Artù, ne arricchisce e integra lo sfondo tradizionale. Evoca gli aspetti fantastici in modo intensamente poetico e inoltre sa fondere il meraviglioso fiabesco con l'attenzione alla realtà. Osservatore acuto della società medievale, fornisce una descrizione di grande interesse dei concreti costumi del tempo, a cui affianca un'attenta analisi psicologica dei personaggi, tratteggiati con coerenza e organicità. Inoltre Chrétien comprende la necessità di organizzare i propri contenuti in una struttura narrativa e l'importanza di adottare uno stile espositivo fluido, naturale, senza monotonia, modellato sui ritmi del discorso parlato. Il romanzo di Chrétien è qualcosa di nuovo, di più ricco delle opere precedenti: una fusione originale e organica di fantastico, osservazione realistica e analisi psicologica. La sua opera ha avuto una diffusione grandissima attraverso copie, adattamenti e traduzioni e ha esercitato un'influenza immensa sugli sviluppi della letteratura europea.
POTPOURRI di Guido Michi

la dittatura orwelliana.......




In questi ultimi tempi si sente soventemente parlare, anche a sproposito, di dittatura orwelliana. Casaleggio prevede, in un prossimo futuro, la nascita di un sistema politico di si fatta natura nel Est del mondo. Ritengo che a questo punto sarebbe necessario conoscere da dove derivi questa parola " ORWELLIANO/A " ma sopratutto sapere chi fosse George ORWELL.
George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair (Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950), è stato un giornalista, saggista,scrittore e attivista britannico.
Conosciuto come opinionista politico e culturale, ma anche noto romanziere, Orwell è uno dei saggisti di lingua inglese più diffusamente apprezzati del XX secolo. La sua grande fama è dovuta a due romanzi scritti verso la fine della sua vita, negli anni quaranta: l'allegoria politica della Fattoria degli animali e 1984, che descrive una così vivida distopia totalitaria da aver dato luogo alla nascita dell'aggettivo «orwelliano», oggi ampiamente usato per descrivere meccanismi totalitari di controllo del pensiero.
Orwell condusse sempre la sua attività letteraria in parallelo con quella di giornalista e attivista politico. Era e rimase sempre d'ispirazione politica di sinistra ma la presa di coscienza, anche in seguito a tragiche esperienze personali, delle contraddizioni e degli errori delcomunismo realizzato in Unione Sovietica sotto Stalin, lo portò a essere antisovietico e antistalinista, scontrandosi così con una consistente parte di sinistra europea.
Ultimamente, sopratutto dagli ambienti che si rifanno al movimento GRILLINO, c'è un abuso di questa definizione. Se la si intende come strumento per togliere le libertà personali esercitando un ferreo controllo del pensiero, in questo hanno perfettamente ragione, essendo loro stessi dei veri maestri nel controllo  delle libertà individuali e nella manipolazione delle coscienze. Difatti, chi dei loro attivisti entra in rotta di collisione col pensiero unico espresso dai loro Boss, viene immediatamente espulso ed emarginato  e trattato come un appestato. Se poi un semplice cittadino mostra di dissentire con questi novelli squadristi viene sommerso da offese al limite delle minacce.  La si pensa come loro altrimenti siamo dei poveri mentecatti complici di ladri e malfattori. Se questa non è dittatura Orwelliana che cosa è ??????? Dittatura si proprio dittatura e per un libertario come sono io le idee liberticide espresse da questo movimento sono da condannare e sopratutto da combattere denunciandone la loro pericolosità.

Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta